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Una Mano Per il Nepal è il blog dell’associazione Apeiron Onlus, impegnata dal 1997 a migliorare le condizioni di vita delle donne, in Nepal e non solo. Sul nostro blog leggerai storie e racconti del nostro lavoro quotidiano.

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EQUAL STEPS, ora le donne del Nepal camminano libere

Quando nel 2017 sono stata per la prima volta in Nepal, dopo quasi un anno che lavoravo per Apeiron, ho visitato anche il progetto EQUALSteps e assistito ad alcune delle lezioni di alfabetizzazione previste dal progetto. 

ISTRUZIONE E INFORMAZIONE PER SPEZZARE LE CATENE DELLA POVERTÀ

L’obiettivo di questo progetto era infatti di proteggere le donne della valle di Kathmandu da ogni forma di violenza e discriminazione, avviando un cambiamento sostenibile delle condizioni di sudditanza che minacciano quotidianamente le loro vite e la loro auto realizzazione.

Quindi, per esempio, attraverso l’innalzamento della loro consapevolezza per i propri diritti, l’indipendenza economica e l’assistenza legale, medica e psicologica.  Prima di avviare le attività generatrici del reddito individuale e sensibilizzare le donne coinvolte sui temi riguardanti la violenza di genere, però, era da subito apparso chiaro allo staff Apeiron che, in un Paese dove appena il 56,5% sa leggere e scrivere, fosse fondamentale fornire prima di tutto un programma di alfabetizzazione ed istruzione non formale

Diversi studi ufficiali, tra cui quello dell’Unesco, rilevano infatti “una correlazione positiva tra i programmi di alfabetizzazione ed istruzione non formale per adulti e l’aumento del livello di autostima che incoraggia le persone ad un coinvolgimento attivo e positivo per il proprio sviluppo personale”. Anche se non è facile stabilire un rapporto di causa ed effetto diretto tra l’aumento dell’istruzione e la riduzione della povertà, questi studi dimostrano l’esistenza di numerosi effetti positivi, soprattutto per quanto riguarda le donne. È stato dimostrato, infatti, che programmi di istruzione per donne adulte aiutano a spezzare le catene della trasmissione intergenerazionale della povertà.

Sono rimasta da subito colpita dal silenzio e dall’attenzione che si respirava in aula. Le donne erano sedute a terra in cerchio, le ciabatte o le scarpe fuori dalla porta, come in un ambiente familiare, e tutte avevano un libro o un quaderno in mano: leggevano e studiavano in gruppo. 

Chi arrivava un po’ in ritardo salutava timidamente con un sorriso, a volte portava un bambino piccolo con sé. Erano tante e di tutte le età, colorate, bellissime e fiere, anche in quel villaggio isolato tra le colline di Kathmandu. Ricordo che non ho capito quasi nulla, nonostante le solerti traduzioni della referente del progetto, tutto scorreva veloce. Per ore ho ascoltato parlare una lingua a me sconosciuta, ma non mi importava: ero affascinata e rapita da quello che succedeva intorno a me. Non sapevo esattamente cosa stessero dicendo le donne coinvolte o le insegnanti, ma percepivo la loro eccitazione quando dovevano parlare davanti alle altre, la soddisfazione quando si rendevano conto di aver letto e svolto correttamente un compito assegnato, l’emozione o il dolore quando raccontavano di un episodio personale che le aveva coinvolte e turbate.

CHI ERANO QUELLE DONNE?

Come prevedeva il progetto, dopo che lo staff di Apeiron aveva condotto un’indagine iniziale su 504 famiglie, erano state poi selezionate le beneficiarie. Le donne coinvolte presentavano alcune caratteristiche condivise con tutta la comunità di riferimento (familiari, operatori sociali, rappresentanti di uffici governativi, insegnanti, capi religiosi, rappresentanti di partiti e sindacati ecc): appartenevano a famiglie che vivevano al di sotto della soglia di povertà, erano donne vittime di violenza, donne sole, o vedove; spesso erano appartenenti alla casta dei Dalit (intoccabili) o ad altre minoranze etniche. 

UN PROGETTO CHE SI CONCLUDE CON SODDISFAZIONE

Due anni dopo, a marzo 2019, il progetto triennale “EQUALSteps, Donne protagoniste del loro futuro – un nuovo ruolo per le donne del Nepal”, cofinanziato dalla Provincia Autonoma di Trento e Apeiron Trento, ma sostenuto anche da tantissimi donatori privati, è giunto al termine. 

Sono stati sicuramente anni pieni di grandi soddisfazioni e successi, non privi in alcuni casi anche di difficoltà. Ripercorriamo allora insieme alcuni dettagli di questo progetto insieme a Barbara Monachesi, Responsabile di Apeiron in Nepal. 

Barbara, come già tante persone che ci leggono sanno perchè sono state in Nepal, molto spesso in questo Paese gli imprevisti sono all’ordine del giorno. Quali situazioni inaspettate avete dovuto affrontare quando avete iniziato a implementare il progetto EQUALSteps e come le avete risolte?

Innanzitutto, stando ai programmi, EQUALSteps sarebbe dovuto partire nel Maggio 2015, ma come molti di voi ricorderanno, un mese prima il Nepal è stato messo letteralmente in ginocchio da un grande sisma. Dal momento che le priorità erano ovviamente mutate, abbiamo deciso di posticipare l’implementazione di un anno. Una volta avviato il progetto, la situazione più inattesa che abbiamo dovuto affrontare è stata forse quella del grande turn over di staff che abbiamo avuto nei primi 18 mesi. Non è stato facile formare nuovo personale e fare in modo che si integrasse nelle comunità beneficiarie dell’intervento.

Quali sono stati i principali successi di questo progetto? Ci sono stati alcuni risvolti positivi indiretti, che non avevate considerato “sulla carta”?

I risultati che abbiamo raggiunto grazie a questo intervento con approccio olistico sono molteplici, i più rilevanti sono probabilmente questi:

  • Le micro-imprese hanno iniziato a generare redditi immediatamente. Al termine dell’indagine finale, la media di guadagno per le donne coinvolte era già di circa 400 euro. A noi in Italia sembra molto poco, ma nel contesto rurale in cui si è realizzato questo progetto si tratta senza dubbio di un risultato di enorme valore, considerato che nella maggior parte dei casi le famiglie non producevano quasi alcun reddito oppure si trattava di paghe giornaliere lavorando come braccianti. Le micro imprese avviate hanno interessato le attività più svariate: allevamento di capre, di bufali, di polli e di mucche, avvio o ampliamento di negozi, produzione di fiori, orticoltura e produzione di cesti di bambù. Tutte comunque, durante i corsi, hanno dovuto elaborare il loro personale business plan ed esporre il programma di restituzione dei fondi rotativi alle compagne!
  • Il reddito medio annuo per famiglia grazie all’avvio delle micro-imprese è aumentato notevolmente sino a quadruplicarsi nel villaggio di Gundu. L’aumento è stato del 47% a Chapabot e del 58% a Patap.
  • Oltre il 98% delle intervistate è in grado di riconoscere casi di violenza di genere e sa quali sono i meccanismi di riferimento esistenti, ossia a chi rivolgersi in caso di bisogno (polizia, gruppo di controllo per la violenza di genere nella comunità o CASANepal stessa).

Altri risvolti positivi sono rintracciabili in un aumento della sicurezza alimentare e del livello di alfabetizzazione complessiva, degli interi villaggi, non solo delle dirette beneficiarie. E’ aumentato anche il sostegno da parte delle autorità locali per i sistemi di irrigazione in tutti e tre i villaggi e per la coltivazione delle calendule nel villaggio di Gundu.

Ricordo ad esempio le parole di Mina Dangal del villaggio di Patap, che ben rappresentano il senso di quanto è stato raggiunto insieme: “Quei segni che non avevano mai avuto alcun significato per me, ora mi fanno comprendere tantissimo. Capisco il prezzo e la data di scadenza di quello che compro, riesco a leggere i titoli del giornale e posso capire le destinazioni dei bus senza dover chiedere all’autista. È incredibile, è come se fino a ieri fossi stata cieca e solo oggi per la prima volta riesca a vedere il mondo che mi circonda”.

E’ davvero emozionante leggere queste parole e sapere che tutti noi, anche dall’Italia, abbiamo contribuito in piccola parte. Invece, quali sono state le principali difficoltà che hanno ostacolato il progetto e come avete superato questi problemi?

Le principali sfide che abbiamo dovuto affrontare riguardano soprattutto il villaggio di Patap, quello più remoto dei tre coinvolti. Da un lato a Patap mancavano spazi fisici da utilizzare come aule per le lezioni di educazione non formale poiché il villaggio era stato notevolmente colpito dal sisma e pochissime case erano state già ricostruite. Alla fine abbiamo optato per incontrarci all’aperto, vicino al patio di una casa disabitata, ma non troppo pericolante, dato che ogni tanto la terra trema ancora.

Dall’altro, proprio perché molto isolato, a Patap mancano anche servizi di trasporto adeguati, c’è un bus ogni due giorni, e quindi diventa molto complicato vendere i prodotti delle micro-imprese al di fuori dal villaggio. Le donne si sono comunque attrezzate per vendere collettivamente le eccedenze una volta a settimana o quando serve. Fanno a turno a muoversi verso la città.

Infine si è verificato un parziale assenteismo nelle classi di educazione non-formale durante la stagione di lavoro nelle piantagioni di riso. Per questo abbiamo deciso insieme alle donne come riorganizzare le lezioni in modo che tutte potessero parteciparvi… è bastato chiedere ed una soluzione l’abbiamo trovata agilmente!

Questo progetto si è appena concluso: in che modo vorreste riproporlo nuovamente in futuro e con quali accorgimenti, considerando anche un contesto sociale in continuo mutamento?

Ci piacerebbe molto riproporre EQUALSteps dopo un’attenta revisione del curriculum di educazione non-formale. Abbiamo preso nota di cosa ha funzionato meglio e cosa meno e ci sono certamente margini di miglioramento. In generale però la struttura del progetto la lasceremmo invariata perché davvero ha dimostrato di essere un intervento rilevante, gradito ed estremamente sostenibile. 

Petra Crociati

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