UNA MANO PER IL NEPAL

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I colori della resilienza

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Pubblicato il
2 Aprile 2019

Due profondi occhi scuri spuntano di sottecchi dalla porta della casetta in mezzo al giardino e guardinghi studiano i nuovi arrivati. Ma come i miei passi si dirigono nella loro direzione, quella presenza fuggevole scompare lasciando il posto solo al vociare di tutti bimbi dietro la parete. Alberi e fiori ben curati circondano CASANepal e le sue ospiti che ci accolgono con un sorriso.

Le nuvole sono una coltre leggera che mi accompagnerà per gran parte delle due settimane a Kathmandu, ma la luce è intensa, a volte accecante, come i colori che mi sorprendono ad ogni angolo di strada, sui tessuti degli abiti locali, nelle offerte di fiori, riso, candeline che le donne preparano da portare ai templi, nelle polveri  giallo limone, rosso porpora, verde smeraldo, turchese, viola, arancione, fucsia quotidianamente utilizzate per impreziosire i doni agli dei, le stesse che dipingono le sfumature vivaci degli abiti indossati.

Questo splendido Paese mi ha accolta ancor prima di atterrare quando lo sguardo è rimasto sospeso tra il manto bianco delle nubi sotto l’aereo e le cime dell’Himalaya al di sopra, ma il primo vero incontro è stato a CASANepal, il progetto di Apeiron Onlus che mentre scrivo ospita 28 donne e 15 bambini. Qui si respira l’accoglienza. Maltrattamenti, abusi, dolori e angosce da oggi hanno un volto per me. E provo a leggerli dietro le labbra che si schiudono in un timido sorriso, dietro gli occhi ora incuriositi ora sfuggenti o tristi, dietro la postura schiva di qualcuna e la fiduciosa apertura di qualcun'altra. Ma nemmeno dopo aver interiorizzato qualche storia così dura che ferisce come una lama anche chi ascolta mi è possibile capire. Non resta appunto che accogliere. CASANepal è un’oasi di pace per chi varca il cancello. Un ampio giardino ben curato con fiori, piante da frutto, la casetta dei bimbi, e persino una capra che sembra sorvegliare il territorio.

In attesa della lezione di danza, tutte le donne sono sedute per terra sui cuscini e cominciano a cantare. Voci dolcissime che sanno diventare altisonanti intonano canti ora vivaci ora malinconici fino a portare qualcuna alle lacrime. Qualche ricordo difficile ha fatto capolino e non potuto svanire in quel momento. Ma subito l’allegria di una delle più giovani contagia le altre e ai canti briosi si uniscono danze armoniose al centro della stanza. Siamo subito tutte coinvolte in un girotondo di mani, piedi e colori che cancella le ansie e i dolori e che unisce i cuori con un sottilissimo filo luminoso. Solo per il tempo di un canto. Ma lì è gioia pura.

Tutto vero, tutte emozioni vive per chi come me arriva a CASANepal per la prima volta. Ma questo è innanzi tutto un luogo di resilienza, un territorio neutro dove le uniche radici sono quelle della condivisione e della solidarietà. Anche se l’unica lingua conosciuta è il nepalese, scopro subito che per sentire l’unione dei cuori bastano uno sguardo, un sorriso e un tè. Il tè allo zenzero fresco è qualcosa di magico e condividerlo è il primo semplice modo per entrare in relazione.

Poi c’è il gioco della borsa. Una psicologa dell’Unità di ricerca sulla resilienza dell’Università Cattolica ha insegnato questo gioco che consiste nel mettere in una borsa immaginaria e disegnata sulla lavagna tutto ciò che porteremmo con noi in caso dovessimo partire. Ogni donna inserisce ciò che le sembra fondamentale: spazzolino da denti e dentifricio, spazzola per i capelli, acqua, riso, spinaci, fiori, posate, ceppi di legno, fiammiferi, pentole, tende, materasso. E i figli. Ecco il primo passo per imparare la resilienza, per avere fiducia nelle proprie risorse interne e ricominciare a scommettere sul futuro.

Si, perché nascere femmina in Nepal è una sventura da cui è difficile fuggire. Per la famiglia e per la bambina. Domani la ragazza si sposerà, dovrà portare una dote in denaro, trasferirsi a casa del marito insieme ai suoceri ed essere al servizio di tutti e della casa. La ragazza probabilmente non avrà un documento di identità e quando si sposerà potrà ottenerlo solo su concessione del marito. Senza questa certificazione non potrà andare a scuola, né votare, né lavorare, nè uscire dal Paese.

La sottomissione e la negazione dei diritti fondamentali è il preludio di violenze, maltrattamenti fisici e psicologici, reclusione e isolamento nei giorni del ciclo mestruale, limitazione nella gestione delle risorse economiche e della libertà di movimento. Violenze perpetrate da uomini /padroni spesso ubriachi e da donne adulte a loro volte inaridite dalla vita. Una deprivazione totale che azzera il valore della donna che pensa di potersi realizzare solo nella misura in cui può generare e servire.

Non stupisce allora che ragazzine o donne adulte tentino il suicidio o abbandonino i figli, o accettino un secondo matrimonio, magari passando da una condizione di soprusi ad un’altra, nell’unica speranza di non essere reiette e di ritrovare l’unico posto adatto a sè nella società: quello di moglie che serve.

Le conseguenze di questi vissuti sono, nella migliore delle ipotesi, la mancanza di fiducia in se stesse, la paura, l’insicurezza, l’azzeramento dei desideri e l’assenza di visione del futuro. Un fenomeno che riguarda una donna su cinque in Nepal. Un fenomeno che CASANepal nei suoi dodici anni di vita sta combattendo e al quale ha trovato risposte efficaci. La prova inconfutabile è la rinascita delle donne ospitate, il loro sorriso nuovo, il loro desiderio di diventare autonome con un lavoro e provvedere ai propri figli senza bisogno di un uomo accanto.

Dopo questo bagno di dolorosa realtà, ho portato a casa un’indimenticabile lezione di vita. Come diceva Confucio “La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta”. CASANepal è l’esempio vivente che ciò è possibile. Namastè.

Emanuela Gazzotti

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