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Diario di viaggio: l’esperienza di un sostenitore durante la guerra civile in Nepal

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Pubblicato il
4 Aprile 2021

Da oltre quindici anni il Nepal mi attrae, e mi spinge a inseguire, in quella parte di mondo, mete sempre diverse: talora note e alla portata di ogni viaggiatore, altre volte esclusive e misteriose.

Viaggio dopo viaggio, ho conosciuto etnie diverse, villaggi, storia, costumi: realtà apparentemente diverse, ma unificate idealmente dalla cultura e dalla fede buddista.

Il periodo descritto è l’ultimo anno della monarchia in Nepal, l’esercito maoista è ormai a 100 km dalla capitale Kathmandu e si sta preparando a instaurare una democrazia mandando il re in esilio. Le immagini delle pagine seguenti sono state scattate a Kathmandu, Pokhara, Tatopani, Gorkha, Valle di Shanku, Kawasoti. Le notizie riportate sono stralci di articoli della stampa locale (Himalayan Times, Kathmandu Post, Kantipur, Nepali Post).

Mi auguro possa essere un utile contributo per comprendere la fine di 10 anni di feroce guerriglia.

Sergio Vincenti

Aprile 2005 in Nepal

Un popolo in ostaggio alle squadre della morte del Re. Le rappresaglie dei guerrieri maoisti, migliaia di persone scomparse. Così l’ex paradiso hippie è diventato un incubo.

Soldati Gurchka

Di certo in questo Paese sdraiato sui monti tra India e Cina, 22 milioni di abitanti sono da quasi dieci anni ostaggio della feroce guerra civile tra una monarchia autoritaria e feudale e una primordiale guerriglia maoista.
Secondo le stime prudenti, le persone rapite dall’esercito e dagli squadroni della morte negli ultimi mesi sono almeno 1200, ma nessuno è in grado di fare un vero monitoraggio, né nelle poche disordinate città pattugliate dai carri armati bianchi del Re, né sulle tante limpide montagne dove invece comandano gli uomini di Prachanda, il capo dei guerriglieri.

Le madri di Ratna Park

Le madri di Ratna Park non hanno telecamere a cui mostrare i loro angoscianti cartelli. Sono 200 o poco più: ogni mattina arrivano alla spicciolata dai villaggi attorno aKathmandu e restano in piedi per ore, sotto il sole e in silenzio, davanti ai soldati del Re impegnati nel loro consueto training.

Le donne mute implorano notizie, qualsiasi notizia, di figli, mariti o fratelli scomparsi nel nulla. Nessuno risponde.

Quando il sole tramonta tornano piano alle loro case di pietra e fango, riappariranno il giorno dopo, sfiduciate eppure tenaci. A poco più di due mesi dal golpe
con cui Re Gyanendra ha perso i poteri assoluti e cancellato le libertà civili, nessuno sa dire quanti siano in Nepal i “bepatta”, l’equivalente dei “desaparecidos” argentini o cileni.

Gorka

Ghorka è a meno di 150 chilometri da Kathmandu, ed è uno dei centri a cui la guerriglia, partita dalle montagne occidentali, si è più avvicinata negli ultimi
mesi. L’antica città e il suo aeroporto erano controllati dall’esercito reale, ma subito fuori comandano i maoisti, imprendibili e organizzati, padroni assoluti dei
sentieri di montagna.

Anche a Kawasoti, poco distante dal fiume Narayani, pare ci sia un’altra prigione fantasma. Forse è li che tengono Bipin Bhandari, studente di biologia di 24 anni la cui madre, ha creato la prima organizzazione di parenti dei “Bepatta” nepalesi.

 

Chi davvero non si fa alcun problema nel mescolarsi alle vittime della parte opposta sono i bambini dell’orfanotrofio Sahara Group, sempre a Nepalganj.
Cinquanta ragazzini, figli di soldati di maoisti o di civili scomparsi, giocano a nascondino e a schiamazzi nello stesso cortile, lontani dagli spari della guerra
civile.

Alcuni bambini dell'orfanotrofio visitato

L’associazione privata che li ospita li va a raccogliere per le strade, sui sentieri e nei villaggi. La più vispa del gruppo è Hira, 10 anni, che proviene da Namancata, un gruppo di capanne vicino Libang.
All’inizio della guerra civile l’esercito ha ucciso suo padre, sospettato di simpatie maoiste; la madre dopo qualche mese si è risposata, ma il nuovo marito non ha voluto i figli di primo letto di lei. A 25 mesi di vita Hira si è ritrovata con il fratello Krishna, di 6 anni, sul bordo della strada. Il bambino più grande si è fatto padre e madre di Hira, ha iniziato a lavorare spaccando pietre per rimediare un po’ di riso e capaci mentre lei restava da sola sul ciglio della strada.

Il primo giorno di scuola l’insegnante fece mettere in fila, davanti alla cattedra, tutti i bambini, uno a uno, in modo da segnarsi i nomi sul registro.
Quando gli dissi come mi chiamavo lui mi guardò con occhi sgranati:
“Non ne ho altri, signore” dissi io. Era vero, non mi avevano mai dato un nome.
“Tua madre non ti ha dato un nome?”
“E’ molto malata signore, sta sempre a letto e sputa sangue. Non ha tempo per darmi un nome.”
“E tuo padre?”
“Lui è un conducente di risciò anche lui non ha tempo.”
“Non hai una nonna? Qualche zia? O zio?”
“Anche loro non hanno tempo.”
L’insegnante si girò dall’altra parte sputò, uno schizzo rosso di paan sul pavimento della classe. Si passò la lingua sulle labbra.
“Beh, allora a quanto pare tocca a me.”
Si passò una mano tra i capelli e disse: “Ti chiameremo… Ram. Aspetta, non c’è già un Ram in questa classe? Meglio evitare confusioni. Facciamo Balram. Lo sai chi era vero Balram?”
“Nossignore.”
“Era l’aiutante di Krishna. Lo sai come mi chiamo io?”
“Nossignore”
Rise. “Krishna.”

(Da “La tigre bianca” di Aravind Adiga)

Con questo scenario socio-politico, militare, siamo atterrati al Thribhuvan International Airport di Kathmandu, ignari dei problemi di questa gente.

*

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